Tradizioni

La forza di un territorio come la Maremma si basa sul rispetto degli equilibri naturali, che permettono di crescere in maniera sostenibile nel rispetto dei tempi sia dell’uomo che della natura. La trasmissione nel tempo di quei gesti ed usanze che, legati al rapporto col territorio impervio e la sua storia, hanno permesso la crescita e lo sviluppo del territorio stesso, rappresenta il grande patrimonio di tradizioni popolari della Maremma toscana e di Capalbio. Conservarlo significa dare un incentivo ad agire con consapevolezza e lungimiranza.

 

Il Cavallo Maremmano

La Maremma Toscana è una terra con un clima particolare, per secoli malarica ed inospitale. L’instancabile cavallo maremmano si è dovuto adeguare alla durezza di questo contesto, sopravvivere alle numerose zanzare, nutrirsi, ed accontentarsi di arsa pastura, sviluppare struttura, taglia, muscolatura, forza, per aderire al difficile ambiente.

Cavallo Maremmano

Gli antichi etruschi già allevavano un suo progenitore, selezionando razze, operando incroci, tanto da ottenere animali molto veloci con i quali le altre razze della penisola non potevano assolutamente competere. L’insanguinamento e gli incroci del cavallo maremmano con razze nordiche e del centro Europa, proseguirono in occasione delle invasioni barbariche, Goti e Longobardi in particolare. Durante il Rinascimento alcune famiglie nobili, i Medici soprattutto, dedicarono molta cura alla selezione ed al miglioramento dei loro allevamenti importando stalloni arabi dalla Siria. Da questi incroci, temprato dal clima e dai luoghi, nasce il Cavallo di Razza Maremmano, inconfondibile per il suo carattere forte e vivace, e la sua possanza. Per mantenerne integre le caratteristiche di solidità, integrità e rusticità, pur migliorandone le linee di sangue con incroci col purosangue inglese, i puledri vengono ancora oggi allevati allo stato semibrado, e utilizzati dai butteri per gli spettacoli equestri per la marchiatura del bestiame - la cosiddetta Merca.

 

I Butteri

Con la loro fama di ottimi e spericolati cavalieri, la loro vita silenziosa, dura, solitaria, la loro presenza per secoli in una terra che per molti aspetti è ancora selvaggia, la figura del buttero è il simbolo più autentico e insostituibile della Maremma Toscana.

Butteri

I butteri sono i pastori a cavallo, i mandriani, tipici della Maremma Toscana, la cui giornata, specie nel passato, non era certo da invidiare da un punto di vista qualitativo. I butteri non sapevano davvero cosa fosse la paura, ma conoscevano benissimo la macchia.

Non avevano timore di trascorrere la loro vita nella solitudine e negli intrichi delle scopaie, in sella all’inseparabile cavallo di razza maremmana, tra i miasmi degli acquitrini, nelle boscaglie popolate dai cinghiali, esposti ai freddi venti invernali, o al calore delle torride giornate estive, sopravvivendo di povere zuppe contadine, di scarsi compensi, molto spesso sfruttati, e stando sempre in arcione dall’alba al tramonto, in una terra che appariva difficile, ostile, ingrata, in quella che i canti di un tempo definivano Maremma Amara.

I butteri, o bestiai, come si chiamavano tra di loro, lavoravano tutta la giornata nei territori delle grandi tenute maremmane, convogliavano le mandrie verso i mandrioli, catturavano le bestie con il laccio, si incaricavano di marcare i bovini, di scrinare i cavalli, di domarli.

Ovviamente le pratiche agricole e di allevamento sono svolte ora in maniera moderna, ma a Capalbio è possibile ancora incontrare i butteri passare con i loro fieri cavalli nel centro del paese in occasione di feste durante le quali si scontrano nell’antico Rodeo della Rosa o in spettacoli in cui si esibiscono nella merca e nella sbrancatura del bestiame.

Indossano, come allora, ruvidi pantaloni infilati negli stivali, cosciali di pelle di cinghiale o di capra, camiciotti di flanella, giacche di fustagno alla cacciatora con grandi tasche; si proteggono, la testa, la faccia, gli occhi (dalle frustate dei rovi, dalle piogge battenti e dalla polvere) con larghi cappellacci muniti di sottogola. Tengono appesa alla sella la lacciaia, stringono le briglie a mazzetto con una mano e con l’altra reggono un bastone a uncino. Ancora oggi vestire alla maremmana significa essere portatori di uno spirito libero che ama la raffinata comodità di tessuti naturali dai colori della terra nelle diverse stagioni.

 

La Merca

La Merca

Nella Maremma, un tempo territorio impervio, acquitrinoso, dalla vegetazione folta e intricata, i butteri in sella ai loro cavalli imbrancavano il bestiame brado nato l’anno precedente e tra nugoli di polvere si preparavano al rito della mercatura .

Pochi ormai sono i luoghi dove gli animali vivono ancora bradi, ma in questi ultimi paradisi in primavera il rito si ripete da tempo immemorabile secondo un copione sempre uguale, che vede la fatica e gli incitamenti di questi uomini che vivono in simbiosi con i ritmi della natura, in sella ai loro cavalli aiutati solamente da lunghi bastoni per guidare le mandrie dentro i recinti.

Il palcoscenico naturale è rappresentato, infatti, dai recinti di legno nei quali vengono spinti i capi di bestiame, vitelli o puledri di un anno, condotti prima nei mandrioli poi nel tondino, dove al centro è piantato il giudice, un tronco che serve di aiuto nel manovrare le funi necessarie all’atterramento di questi forti e possenti animali, dopo che sono stati sbrancati dal resto della mandria, presi al laccio e stancati.

Un ferro rovente detto merca, segnava gli animali ai quali veniva dato un numero progressivo in base alla data di nascita e la sigla del nome del proprietario. Anche se alcune pratiche sono state abolite, ancora oggi tutto si ripete secondo gesti tradizionali, ma sempre imprevedibili data l’estrema rusticità degli animali. Un vecchio

proverbio, riferendosi agli indubbi rischi che corrono i butteri in questa lotta, che in alcuni momenti è un vero corpo a corpo, dice: “Chi va alla merca senza essere mercato, alla merca non c’è stato”. Tutto questo lavoro di animali e uomini, anche se può apparire strano o violento, veniva e viene vissuto come una grande festa da parte dei butteri. Una pratica antica che rappresenta, infatti, il risultato finale di un anno di fatiche, dove il risultato è visto dalla salute e la bellezza degli animali.

 

Caccia al Cinghiale

Caccia al Cinghiale

È nel selvaggio scenario della macchia maremmana che si svolge il grandioso spettacolo della braccata o cacciarella, cui partecipano molti attori in un incalzante susseguirsi di scene: i cacciatori che attendono ansiosi alle poste nelle radure ai margini dei boschi, i braccaioli che si muovono al suono del corno, i battitori che sparano colpi e bastonano le macchie, le canizze che esplodono qua e là nei forteti, che a volte si acquietano e poi si riaccendono sul crinale di un poggio, nel fondo di una forra, nel folto di una sughereta e di un querciolaio, quando il cinghiale gira e rigira nel bosco, confonde le piste, cerca un varco tra i battitori per rompere l’accerchiamento, si rivolta contro i cani e li attacca a colpi di zanna.

A volte il cinghiale cade, dopo aver fieramente combattuto. A volte fa impazzire uomini e cani, forza il blocco dei fucili, fa perdere le proprie tracce, e rientra vittorioso nella macchia che lo avrà ancora incontrastato sovrano. Vincitore o perdente, il cinghiale o cignale, come qui usano chiamarlo, resta sempre amatissimo dalla gente di Maremma.

I capalbiesi onorano il fiero animale nella loro sagra gastronomica più antica, la sagra del cinghiale evento rituale che ogni anno, nella seconda settimana di settembre, impegna e riunisce i cittadini di Capalbio e richiama da ogni parte curiosi e fini intenditori di cucina.

Capalbio in Maremma

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